La memoria di impresa in Italia tra passato e futuro

La costituzione dei musei e degli archivi storici d’impresa è una realtà piuttosto recente nel nostro paese. Mentre le prime esperienze internazionali risalgono alla fine dell’800 (il primo museo d’impresa è considerato quello fondato nel 1892 dalla Rudolf Wurlitzer Company, azienda americana che produce strumenti musicali (Danilov 1992)), è a partire dagli anni ’60 che cresce nel nostro Paese l’attenzione verso la valenza culturale del patrimonio storico documentale delle imprese.

 

In questo periodo inizia ad affermarsi la consapevolezza da parte dello Stato italiano dell’importanza che le aziende rivestono per la memoria collettiva; parallelamente, la pressione congiunta di storici e archivisti induce alcune aziende ad aprire al pubblico i propri archivi.

Nel 1958 a Vigevano (Pavia) apre il Museo civico della Calzatura, finanziato dall’imprenditore Pietro Bertolini. Nel 1960 nasce a Torino, con il supporto della FIAT, il Museo Carlo Biscaretti di Ruffia, più noto come Museo dell’Automobile. Ed è sempre in quegli anni che viene istituito a Sesto Fiorentino il Museo delle Porcellane di Doccia.

Già a un primo sguardo è evidente lo stretto rapporto che intercorre tra l’interesse delle imprese italiane alla conservazione della propria storia imprenditoriale e il cosiddetto ‘miracolo economico’. Negli anni immediatamente successivi, lo sviluppo di un tessuto connettivo industriale, ove l’ordito è composto di aziende di medie e piccole dimensioni, determina l’ampliamento di questo fenomeno, in concomitanza con l’acquisizione di una sorta di ‘orgoglio d’impresa’ da parte degli imprenditori: l’azienda inizia a percepire se stessa non solo come soggetto economico e sociale, capace di esercitare un ruolo nelle scelte politiche del paese, ma anche come soggetto culturale. In questo periodo si colma parzialmente la distanza tra le prime illuminate percezioni aziendali (ad esempio quella di Adriano Olivetti) e quelle di buona parte del mondo imprenditoriale italiano.

‘I perché’ di un ritardo italiano
Il processo con cui nel nostro paese si è giunti a cogliere nella sua interezza il valore culturale delle memorie delle imprese è stato più lento rispetto a quello di altre realtà, anche europee (il primo museo d’impresa in Europa è considerato il Wedgwood Museum, tutt’oggi esistente, aperto in Gran Bretagna nel 1906).

Questo ritardo è dovuto, secondo alcuni, alla ricchezza del nostro patrimonio artistico che ha fatto da deterrente al riconoscimento del valore culturale degli oggetti industriali e degli strumenti di lavoro (Montemaggi 2007); secondo altri, a una nostra peculiarità culturale: “l’Italia, molto attenta a storia, letteratura, diritto e politica, ha poco e male masticato economia e scienza» (Calabrò 2003); infine, anche al poco interesse dello Stato nella conservazione di questo patrimonio, attenzione che anche oggi andrebbe sostenuta con «una legislazione più favorevole agli investimenti in cultura da parte delle imprese e dei privati”, come ha dichiarato Tommaso Fanfani, già direttore dell’Archivio e Museo Piaggio di Pontedera, in un’intervista del 2007 (Montemaggi, Severino 2007).

Sessanta, Novanta, oggi: tutela, valorizzazione, marketing territoriale
Il periodo che va dagli anni Sessanta agli anni Novanta è dunque caratterizzato da un’attenzione sempre crescente verso la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico delle imprese; aziende e curatori si sono mossi dapprima individuando strategie di tutela (riordino e inventariazione dei materiali documentari), successivamente investendo nella valorizzazione e nella promozione del patrimonio aziendale.

Gli anni Ottanta vedono un significativo aumento delle aperture al pubblico dei musei d’impresa. Sono gli anni in cui si diffondono in Italia le strategie di marketing, elemento che secondo alcuni (Montemaggi 2007) può aver indotto gli imprenditori a rileggere il proprio patrimonio storico e documentale come elemento essenziale di comunicazione, esterna (per diffondere il marchio e documentare la rilevanza storica dell’impresa) ma anche interna, per rafforzare la corporate identity.

Quest’apertura culturale si è comunque confrontata con la difficoltà degli imprenditori a considerare la documentazione cartacea di natura tecnica, amministrativa e contabile, come un elemento interessante dal punto di vista culturale: ai loro occhi essa appare come ‘l’ombra del prodotto’, mentre è quest’ultimo, soprattutto nelle imprese manifatturiere, a costituire l’elemento simbolico dell’attività dell’impresa, il mezzo ideale per l’esplicitazione del suo ‘saper fare’.

Negli anni Novanta prende avvio una nuova fase, per molti aspetti distinta dalla precedente: alcune imprese iniziano a considerare gli oggetti come segmenti del proprio patrimonio. Sia i prodotti finali della loro attività, sia gli elementi strumentali alla realizzazione dello stesso (ad esempio i progetti oppure le campagne pubblicitarie), vengono percepiti come rilevanti. Sono gli anni in cui fa la comparsa nel nostro paese la disciplina dell’archeologia industriale che evidenzia come le architetture, i materiali, ma anche gli oggetti (manufatti prodotti direttamente o collezionati a vario scopo nel corso dell’attività) costituiscano parte integrante della memoria dell’impresa, anche per le loro potenzialità di strumenti di comunicazione interna ed esterna.

Queste motivazioni contribuiscono a spostare la sensibilità degli imprenditori nei confronti della conservazione e valorizzazione della propria storia: da mero costo, essa assume la configurazione di un valore aggiunto, capace di portare benefici all’azienda e al suo prodotto in termini sia di comunicazione che di accrescimento del know-how interno. Ultimamente poi, e questa è probabilmente la ragione che ha spinto un rinnovato interesse da parte delle istituzioni pubbliche verso i musei e gli archivi d’impresa, si è riscoperto il valore di queste iniziative anche in termini di marketing territoriale, sia a beneficio delle imprese che dei territori in cui sorgono o hanno influenza.

I musei e gli archivi d’impresa: nodi di un sistema di conoscenza su base territoriale
Un museo o un archivio non esercita la sua funzione culturale unicamente all’interno dello spazio fisico da cui è delimitato; la sua capacità di generare conoscenza si estende ai territori, sociali e culturali, di cui fa parte e con i quali è interconnesso. Per questa ragione è essenziale progettare strategie di conservazione e valorizzazione che considerino il territorio come un elemento centrale e la partecipazione dei visitatori e dei cittadini come elemento da potenziare.

I musei e gli archivi sono ambienti di conoscenza, ma soprattutto nodi di un sistema di knowledge distribuito sul territorio: gli oggetti che conservano, talvolta gli stessi spazi fisici in cui si trovano, sono espressione di memorie temporalmente, anche spazialmente e culturalmente lontane. Questo sapere ‘complesso’ è fondamentale che venga ri-contestualizzato negli ambiti da cui proviene e, allo stesso tempo, che sia messo in condizione di cogliere e interpretare le esigenze della contemporaneità.

I musei e gli archivi di oggi, è vero, non sono più concepiti come depositi, raccolte enciclopediche del tempo che è stato o che sarà; è necessario però che si ri-approprino della consapevolezza di costituire, con le altre istituzioni del territorio, in primis formative, un sistema di conoscenza diffuso. Per questa ragione dovrebbero agire in cooperazione con esse per costruire ambienti di valorizzazione dei saperi e delle pratiche, ma soprattutto di sperimentazione e di ricerca continua.

Internet e le nuove tecnologie, grazie alla capacità connettiva propria del digitale, consentono alla conoscenza conservata e valorizzata all’interno di un museo e di un archivio di collegarsi alla conoscenza radicata sul territorio; ma soprattutto, se ispirate a precise strategie di documentazione e di comunicazione, possono dar vita ad ambienti di socializzazione, in cui la cooperazione fra memorie, saperi e pratiche diventa strumento di conoscenza, analisi e sperimentazione a disposizione dei visitatori, dei territori e della cittadinanza che verrà.

Bibliografia
Calabrò, A. (2003), Introduzione in Turismo industriale in Italia. Arte, scienza, industria, un patrimonio culturale conservato in musei e archivi d’impresa, Milano, Touring Club Italiano in collaborazione con Museimpresa
Danilov, V., J. (1992), A Planning Guide for Corporate Museums, Galleries, and Visitor Centers, Westport (CT), Greenwood Press
Fanfani, T., Il caso del Museo Piaggio in Montemaggi, M., Severino, F. (2007), Heritage Marketing. La Storia dell’impresa come vantaggio competitivo, Milano, Franco Angeli
Montemaggi, M. (2007) Organizzare l’heritage in Montemaggi, M., Severino, F., Heritage Marketing. La Storia dell’impresa come vantaggio competitivo, Milano, Franco Angeli

http://www.memoriecooperative.it